EXTRA VALEXTRA


ALLA BIENNALE ARCHITETTURA 2018 

CON LUCA CIPELLETTI

 

LUGLIO 2018

Photografie di Henrik Blomqvist

 

ExtraValextra ha seguito l’architetto Luca Cipelletti, una delle menti più lucide del panorama creativo italiano, alla scoperta dell’ultima edizione della Biennale di Venezia. In compagnia del fotografo Henrik Blomkvist, il suo racconto dell’esperienza in laguna.

 

ExtraValextra: Un pensiero sul tema di questa Biennale di Architettura.

Luca Cipelletti: Da una decina di anni le Biennali di Architettura hanno iniziato a “competere” con quelle di arte perché sono diventate più installative e conseguentemente più comprensibili ad un grande pubblico, anche di non addetti ai lavori. Con risultati a volte stupefacenti. Anche quest’anno, in generale questa tendenza è confermata, anche se talvolta nei due padiglioni centrali ci vuole più tempo per comprendere il significato curatoriale che si evince solamente a seguito di un approfondimento della parte testuale. “Freespace”, il titolo di questa Biennale, lascia molta libertà all’interpretazione del concetto di spazio e quindi il risultato, anche se non immediatamente comprensibile nel suo complesso, non risulta per nulla monotono ma anzi è assai variegato, con due approfondimenti: una sulle architetture memorabili del passato riviste da contemporanei (“Close Encounters”) e la seconda sui risultati della pratica dell’insegnamento della disciplina (“The Practice of Teaching”).

 

EV: Il padiglione svizzero ha vinto il premio; il cambio di scala ci riconduce all’idea di spaesamento: quando e come secondo te i curatori sono riusciti a trasmettere il messaggio?

LC: Lo spaesamento nel padiglione svizzero è davvero sorprendente perché gioca sull’immediatezza della percezione del fuori scala. Porte sovradimensionate che immettono in micro-ambienti, passaggi difficili con cambi repentini di rapporto volumetrico nella relazione uomo/spazio. Può sembrare concettuale per gli addetti ai lavori e ludica per il grande pubblico. Al tempo stesso obbliga tutti ad una riflessione. Sono convinto che questo leone d’oro sia meritatissimo proprio per la capacità di comunicare un tema complesso che però è alla portata di tutti.

EV: A noi è piaciuto in modo particolare anche il padiglione dell’Olanda. Il concetto di locker room (spogliatoio) dove ci si cambia per diventare altro, è provocante e provocatorio allo stesso tempo. Cosa pensi di questo?

LC: Il tema della “locker room conversation" è tanto attuale quanto ricco di memoria. Da Trump sino alla famosa camera 902 dell’Hilton di Amsterdam, qui riprodotta, dove John Lennon e Yoko Ono nel 1969 avevano aperto la loro stanza alla stampa per rendere mediaticamente ancor più efficace la loro protesta in favore della pace. Si è invitati a spogliarsi, mettersi un pigiama ed iniziare una conversazione “in bed” che immediatamente porta ad un’intimità oggettiva, e che diventa però subito pubblica con il passare degli altri visitatori del padiglione. Credo che certe cose si possano dire solo in determinati contesti. E il sussurrato può poi avere un’amplificazione dirompente. E’ un’esperienza da provare. L’abbiamo fatta io ed Henrik Blomqvist, il fotografo mio compagno di viaggio, e funziona davvero!


EV: La presenza del padiglione del Vaticano all’Isola di San Giorgio è stata molto discussa. La tua opinione.

LC: Il Padiglione del Vaticano rappresenta una delle due grandi novità di quest'anno; la prima assoluta del Vaticano ad una Biennale - in qualità di “stato" - che si misura sui temi dell’architettura. L’ho trovata sorprendente e di grande qualità progettuale, ma anche un po’ ambiziosa, faraonica, a tratti populista.  Ben undici progetti di cappelle, dei veri e propri padiglioni in scala 1:1, firmati da personalità con linguaggi eterogenei fra loro. Forse a dimostrare che la Chiesa Cattolica è una ed una soltanto; è globale ma può ancora svilupparsi nel suo linguaggio architettonico in modo locale, rifuggendo l’international style. Un esempio perfetto del concetto di "Think Global, Act Local”. Inoltre, la considero una scala di intervento impressionante per una “première”, quasi a ricreare una sede alternativa dei Giardini della Biennale (che sono fatti di tanti padiglioni) ai Giardini dell’Isola di San Giorgio con una batteria di nuove architetture molto diverse, ma tutte riunite sotto l’egida della Santa Sede.

 

 

EV: E attraversando sempre la laguna, c’è un altro padiglione di cui vale la pena parlare…

LC: L’altra piccola grande novità di questa Biennale si trova anch’essa dall’altra parte della laguna, alla Giudecca, non lontano da San Giorgio. Ho trovato molto divertente e a tratti esilarante che la prima assoluta del Vaticano coincidesse con la prima assoluta di un nuovo padiglione di chiara matrice gay, elegantemente battezzato “Cruising Pavilion”. Un’analisi attenta e molto raffinata a livello curatoriale - a volte giustamente pornografica ma in modo artistico - dei luoghi del cruising come ambienti e architetture, con una "destinazione d’uso” molto specifica e quindi meritevole per la prima volta di essere approfondita. A livello sia reale - con la costruzione di una sorta di “cattedrale illecita” a luci rosse - che virtuale, nella denuncia del controllo delle autorità di molti paesi sulle applicazioni di incontro della comunità gay con finalità chiaramente omofobe e repressive. A parere mio, si tratta indubbiamente di uno dei progetti più attinenti al tema Free Space indagato in questa Biennale.

 


EV: Il tuo progetto o padiglione preferito di tutta la manifestazione, e perché?

LC: Normalmente il tema principale della Biennale trova ovviamente riscontro nei padiglioni centrali con la mostra del/i curatore/i, mentre è più faticoso ritrovarlo nelle partecipazioni nazionali, che a volte sono più indipendenti. Il mio progetto preferito è il padiglione del Cile negli spazi dell’Arsenale; non solo l’ho trovato straordinario in sé, ma anche il più aderente alle tematiche di questa edizione. “Stadium” racconta dello stadio di Santiago, che nel 1979 ospitò quasi 40.000 cittadini che avevano occupato alcune aree della città, graficamente ridisegnata per lotti sulla planimetria della struttura sportiva in modo che ognuno potesse "sedersi“ esattamente sul lotto di terra che aveva occupato per ricevere finalmente dallo stato il certificato di proprietà dello stesso. Un allestimento teatrale, emozionante, brutalista e raffinatissimo, in grado di far rivivere il cambio di scala e il senso di pertinenza e appartenenza, di appropriazione e di restituzione di un luogo fisico della città, riproposto e traslato su un’altra architettura che ne ospita la cerimonia di assegnazione.


EV: Se dovessi suggerire un tour come quello che hai fatto tu, a una persona che non fa parte del mondo dell’architettura, cosa suggeriresti di visitare?

LC: Una selezione è d’obbligo vista l’estensione. Partendo dai Giardini inizierei ovviamente dal padiglione Svizzero (Leone d’Oro), per proseguire con il padiglione Britannico dove Marcus Taylor e Caruso and Partners hanno lasciato la struttura completamente vuota per costruire un’impalcatura esterna completa di scala da ponteggio, che porta ad un’enorme terrazza da cui spunta - come un’isola tra altre isole - il tetto del padiglione originale. Inoltre da qui si può vedere l’intera laguna. Proseguirei con il padiglione olandese per entrare quindi al padiglione centrale dove spendere tempo e concentrazione nella grande sala dei modelli dei progetti di Peter Zumtor, quasi enciclopedico nell’eterogeneità dei materiali e dell’approccio progettuale. Sempre nel padiglione centrale mi è piaciuta l’elegante interpretazione di Cino Zucchi - un condensato di museografia di altissima qualità - su alcuni progetti di Luigi Caccia Dominioni oltre alle sale in cui si racconta di Carlo Scarpa che nel 1972 invitò altri 4 giganti del mestiere (Frank Lloyd Wright, Le Corbusier, Louis Khan e Isamu Noguchi) ad affrontare 4 progetti - non realizzati - per Venezia. All’Arsenale il padiglione Cileno, il progetto di Botta e quello di Riccardo Blumer. Dirigendosi verso San Giorgio e la Giudecca per il Vaticano e il Cruising, è d'obbligo uno stop a Le Stanze del Vetro, che conferma l’altissima qualità della sua offerta culturale con una mostra su Cirva, storica fornace di Marsiglia.


EV: Come consideri lo strumento biennale? Una piattaforma per comunicare cosa e in che modo?

LC: Una Biennale non deve dirci cosa va di moda, cosa e come si deve fare e quindi evitare un approccio didascalico-accademico è fondamentale. L’obiettivo deve essere quello di farci pensare, traendo dalle diversità, per stimolare una visione che sia utile sia alla progettazione che alla comprensione. Perché l’architettura non è una disciplina di nicchia ma attraversa la nostra esistenza nella nostra quotidianità, nella nostra storia personale, nei nostri interessi. Ci pervade da dentro e ci circonda da fuori, volenti o nolenti. Per questa ragione anche il linguaggio espressivo dell’esposizione deve essere trasversale e stratificato sui diversi livelli di lettura del pubblico. Che spero in futuro sempre più vasto, soprattutto di non addetti ai lavori.


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